Crea sito
 

ERO STATA MAGRA

Le mie storie, il mio libro.

Buio. Calore. Fruscio di lenzuola.

“Ora basta!”

In un attimo è sopra di me. Mi ha sfilato con violenza la lingerie e la mia pelle nuda è a contatto con la sua. Spinge. Sempre più forte. Sempre più in profondità.

Ho pianto tutta la sera, quella sera. Doveva essere un w.e. perfetto. Un w.e. per ritrovarsi dopo anni, una vita di assenza. Abbiamo scelto il mare. Un mare che non era il nostro, quello che ci legava nei ricordi, ma che ci dava la sensazione di appartenenza radicata, di ritornare indietro alla nostra spensierata adolescenza.

Abbiamo cenato in un ristorante scelto a caso, con i candidi tavolini bianchi ed i grandi ombrelloni aperti che rendevano ancora più estiva una deliziosa serata di fine Giugno.

Ho cominciato a piangere lì. Seduta tra l’imbarazzo del cameriere e del mio interlocutore. Ma lui ha voluto tirarmi fuori ciò che da tempo mi tenevo stretto dentro, serbandolo nascosto al mondo e forse anche a me.

Ma quelle spinte. Quelle dannate e meravigliose spinte, vigorosi e dolci, mi aprivano e non solo tra le gambe.

Il mio corpo rifiutato, il mio corpo abbandonato insieme al suo desiderio, il mio corpo privato di passione, reagiva. Si risvegliava.

Le lacrime che sgorgavano erano il segno del dolore per aver trattenuto e sopportato fino a quel momento. Erano il salato tepore che mi rigava il volto e mi liberavano del fardello che mi mordeva il cuore ormai pesante.

Il mio corpo, quel corpo che credevo incapace di sentire, si apriva e provava piacere. Solo piacere. Sempre più intenso.

“Ti piace?”

“Stai bene?”

Erano le parole dolci e roche che accarezzavano il mio orecchio mentre le spinte continuavano. E crescevano. E andavano più a fondo.

Il mio corpo si scioglieva. Si liberava dal nodo che lo teneva nella trappola non tesa da me. Sentivo. Sentivo il desiderio provato e suscitato. Sentivo la dolcezza e la passione. Piangevo e gioivo. Ero viva. Vivevo.

Spinte. Sempre più spinte. Le spinte che già sapevo  sarebbero rimaste indelebili nella mia mente. Ad ogni spinta un sussulto. Un ritmo sempre più veloce, all’unisono.

E non c’era niente di volgare o sporco. Io non ero volgare o sporca. Anche se quello con me, dentro me, non era chi avrei voluto fosse… Chi avrebbe dovuto essere…

Non poteva essere lui se non voleva alcun contatto con me. Se non mi baciava. Non mi toccava. La stessa visione di me lo ripugnava quasi.

Ed io, troppo giovane, impreparata, impotente, straziata, dilaniata dentro, mi ritrovavo a vivere con un altro.

Ero lì che tradivo ogni profondo principio, ogni convinzione etica, morale e personale. Non era da me. Non volevo farlo. Non avrei mai voluto farlo.

Le lacrime versate a cena e dopo e fino a quella camera in albergo, gridavano tutto il dolore di una spiegazione che non ricevevo e che non riuscivo a trovare.

“Qualcosa non va in me” era l’unica risposta plausibile che riuscivo a darmi. Ma cosa non andava in me?

Ero giovane, attraente, piena di vita. La persona che tutti definivano solare.

Eppure c’era nella mia storia il rifiuto. Il diniego all’amore che bruciava più di una marchiatura a fuoco. La mia femminilità era lasciata a marcire nel dolore, nei dubbi, nelle incessanti domande e nell’assoluta impotenza per cambiare le cose. Il tempo passava e passava senza che nulla accadesse. E vani erano stati i miei tentativi di affrontare, di reagire, di risolvere. Rifiuto nel rifiuto. Ogni strada era sbarrata e potevo solo ingoiare dolore e far finta di niente. O almeno provarci.

Ho vagato a lungo con quel dolore. Ho lasciato che prendesse parte in me e mi accompagnasse stringendosi intorno a me. Ero spenta. La luce di quel sole brillava solo in apparenza.

Ho lasciato che il dolore diventasse il mio compagno insieme a quei kg di troppo che mi avevano gonfiato di sfinimento e costretta ad una rassegnata resa.

Nessuno vedeva e nessuno doveva vedere, sapere. Ero brava a dissimulare. Almeno riuscivo a fare questo.

Non avevo più niente e niente sentivo. Mi sentivo un niente.

Non quella sera. Non sotto quelle spinte. Volevo aprirmi, volevo ricominciare a sentire, a provare che il mio corpo funzionava ed era bello. Bello, pieno di passione e desiderato.

Lui spingeva e mi accarezzava. Mi scostava i capelli dal viso. Asciugava le mie lacrime con i baci. E baciava me con candido calore, mi coccolava con le sue attenzioni ed il suo desiderio. E spingeva.

Dio mio se spingeva. E sentivo tutto. Tanto. Ero io lì, in quel momento. Non avrei voluto essere altrove. Anche se nella mia mente l’immagine che vedevo sopra di me cozzava con quella che avrebbe dovuto esserci, con colui che avevo scelto di scegliere. Con lo stesso che non mi voleva. Non mi voleva. Non mi voleva.

Lui sì invece. E le sue spinte me lo confermavano. Mi rassicuravano. Mi piacevano. Mi davano voglia e le volevo. Ero viva…

Avevo bisogno di essere toccata. Avevo bisogno di essere baciata. Avevo bisogno di essere amata. Avevo bisogno di essere vista. Avevo bisogno di sentirmi bella. Avevo bisogno di essere bella. E lo ero. Ero donna. Una donna desiderata che dava piacere e lo riceveva in cambio. La donna il cui corpo non era un martirio da evitare. Ero io. Non il massimo ma nemmeno il niente.

E lui spingeva. L’amico dell’adolescenza che mi conosceva e che aveva percepito il mio dolore. L’uomo che ora percepiva me. E mi respirava. E mi prendeva. E mi aveva.

Buio. Calore. Lacrime. Respiri. Cuore contro cuore.

 

 

 

 

Gli occhi si abituano all’oscurità.

Distinguo le sagome dei mobili nella stanza, l’armadio dinanzi a me, la cassettiera alla mia destra, la poltrona in fondo a sinistra.
C’è silenzio.Il silenzio ovattato che tutto pervade e tutto rende soffice.
Mi crogiolo e mi abbandono all’ennesima notte insonne. I pensieri seguono liberi il loro corso e mi concentro sul roboante e ritmico russare nell’altra stanza.
Da quanto dormiamo separati ormai?
Da quando la mia malattia non lascia tregua al sonno e mi costringe a lunghe veglie desolate. Da quando il mio cuore sofferente e spezzato più volte non smette più di sanguinare e non può perdonare. Non può dimenticare…
Quando è cominciato?
Quando ho ricevuto il primo calcio mentre ero in attesa del secondo figlio? Quando mia figlia di soli 6 anni ti ha visto alzare una scarpa su di me implorandoti tra le lacrime di smettere? Quando mi hai trascinato per capelli o quando mi hai rotto le costole per un “abbraccio” troppo caloroso?

E pensare che mi conquistarono proprio le tue attenzioni e la tua premura.
Io, timida ed impacciata, votata allo studio e ad essere l’orgoglio di mio padre, mi sono sentita bella ed importante grazie ai tuoi modi gentili. Ho lavorato su di me cesellandomi e trasformandomi, crescendo e maturando e invece tu sei rimasto indietro… Con le tue paure, le tue ansie, le tue insicurezze, prima ben celate e poi lasciate a briglia sciolta.
Sei stato il mio primo bacio ed il mio unico uomo. Abbiamo costruito una famiglia, problematica, imperfetta, bella, travolgente, luminosa. Sei stato tutto ed ora non rimane niente…

Troppe ne ho viste, troppe il mio corpo ne ha subite. Quante umiliazioni e colpe date nelle parole che hanno triturato i miei timpani e che avrei voluto fare esplodere pur di non udire più… Alle parole ho provato a reagire, al resto non sono stata capace…

Ora che la notte mi avvolge, resto qui con lei… Bramo il silenzio forzato dal sonno che per me non c’è più ormai.
Questo è il mio momento di pace. Sono libera. Libera di andare lontano anche senza muovermi. Libera di sognare l’amore ed il rispetto che avrei voluto. Libera di desiderare la vita felice che non ho avuto e che sta cedendo alla malattia. Libera di desiderare di riposare per sempre. Nel silenzio ed in silenzio. Nel segreto custodito del mio intimo.

Se resto, se lotto ancora, se resisto è solo per loro.
La mia unica lei. Il mio unico lui. I miei figli.
Gemme preziose ed imperfette, fiori profumati con spine che hanno anche punto con dolore a volte…
Cuori sensibili e generosi, capaci di grande amore e di parole taglienti. Ma sono amore per me. Il mio unico e puro ed eterno amore. I frutti per cui tutto ho dato e tutto ho fatto

Eppure, c’è un fiore più prezioso… Una donna che ha saputo diventare splendida, lavorando su se stessa, cesellandosi e trasformandosi, crescendo e maturando. Mia figlia. Incontro dopo scontro, anno dopo anno, ho trovato in lei un appoggio, una mano, una spalla. Io e lei siamo diventate Io e Lei… E so a chi posso rivolgermi. E lo farò…

Chi sono io? Che donna sono io?
Professionista stimata e valida, abile operatrice che tutto crea con le sue mani. Bellezza sofisticata ed elegante, purezza e valori d’altri tempi. Donna circondata d’affetto e pure sola. Donna violata, umiliata dall’uomo più che dalla malattia.
Donna forte nel mondo, debole in famiglia. Non so difendermi da chi amo. Non posso difendermi da chi amo.
L’amore è la mia forza infinita e la mia estrema debolezza. Io sono amore e lascerò amore. Voglio lasciare amore.

Non voglio più restare qui.

Non voglio più soffrire. Non ce la faccio più. Non voglio più farcela.
Mi approprio della mia umanità e voglio arrendermi al riposo. Al giusto riposo.
Non tutto è a posto. Non posso mettere tutto a posto.
Riconosco e rispetto la mia vulnerabilità. Non sono invincibile. Non voglio esserlo.
Mi accoccolo in questo comodo torpore che mi circonda. Lo lascio impossessarsi di me. Gli cedo la mia coscienza, gli affido la mia intelligenza.

Gli occhi si abituano all’oscurità.

Distinguo le sagome dei mobili nella stanza. Il letto accanto al mio dove veglia su di me mia figlia. I muri vuoti, sterili. Non sento più i tubi nel naso che mi bruciano le narici. Il brusio delle macchine che controllano le mie funzioni vitali è lontano, vago. Questa stanza senza finestre e senza sole è più grande ora. E’ aperta, immensa, luminosa… Vado. Vi aspetto di là.
Ora dormo un po’…

Sabato sono tornata a casa. A quella più viscerale e sentita, quella dei colori, dei suoni e dei ricordi. Sono andata nella mia terra.
In un giorno di perdita straziante e mai sopita, sono tornata all’origine per ricordare più dolcemente il tempo dove era ancora spensierata e sconfinata vita e non mi mancava lei.
Ho dovuto farlo. Ho voluto farlo.
Nella misura in cui ho imparato a volermi un po’ più bene ho appreso anche che ricaricare anima e spirito è benevolo e benefico più di una medicina.
Nonostante tutta la forza acquisita e tirata fuori da me dove forse c’era già, ho avuto bisogno di andare.
Il mio personale giorno della memoria ha coinciso con il periodo più variopinto e scoppiettante della mia ex città: il Carnevale.
Il Carnevale Dauno, la cui 63ma edizione ha visto sfilare le meraviglie colorate ed in movimento di carri e gruppi mascherati domenica, è l’evento per me più caro dopo il Natale.
Il mio Carnevale è la festa che ho sempre vissuto sin dalle elementari e durante tutto il percorso scolastico, ballando o creando coreografie, disegnando costumi o indossandoli io stessa, sfilando o recitando in teatro. E c’era sempre anche lei. Quella meravigliosa creatura che mi è stata donata come mamma e richiamata al Cielo proprio la data di sabato di 3 anni fa.
Sono tornata con lei e da lei tornando a casa. Respirando ancora con gli occhi e con la mente quella luce, quell’euforia, quella gioia rumorosa che tante volte abbiamo condiviso insieme.
Ho voluto ricordare avvolta da una dolce malinconia che ha alleggerito per una volta il peso del dolore tramutandolo in morbido ricordo. Mi sono coccolata e fatta coccolare da questa mia terra così potente nel suo effetto su di me e così travolgente da sferzarmi e darmi energia nuova. Energia pura. Pulita e libera.
E quel sabato è diventato un giorno perfetto. Quella rara perla translucida che capita ogni tanto e ti coinvolge con l’intensità che i solo i grandi doni della vita sanno dare.
Ed il mio dono l’ho avuto. L’ho assaggiato a pieno. Me ne sono saziata ed ho lasciato che mi riempisse.
Ho vissuto uno stato di grazia ed è in questa bolla trasparente e delicata che sto tornando indietro.
In questa bolla soffice e calda ho dato spazio libero ai miei pensieri, pur spegnendo la mente; ho valutato progetti, possibilità, responsabilità e paure pur restando quieta e lieta. Ero felice.
Sono stata felice.
Di quella felicità che ti restituisce la spensieratezza ormai soppiantata dalla maturità.
Ed ho deciso. Se questa è la mia medicina, il balsamo per lenire ferite, paure e dolori, voglio continuare la terapia.
Voglio affrontare la vita sapendo che posso anche avere doni da lei. E voglio andare a prenderli quei doni proprio dove li ho ricevuti e sono certa di poterli ricevere.
Ti sto lasciando ancora terra mia ma stavolta con una nuova consapevolezza.
Tornerò. Spesso. Puntualmente. Non solo per dovere.
Per me. Solo e soltanto per me.
Perché se per lei ero il suo fiore più bello, voglio esserlo anche per me. Provarci almeno.

Il fiore sulla caviglia si muove.
La caviglia in primo piano, sottile, elegante, seducente. I miei piedi nudi, piccoli, belli, ben disegnati.

Mi guardo allo specchio.
Mi sta proprio bene questa mini a balze! Mi si vedono tutte le gambe, belle, affusolate, tornite, sode.
La gonna me l’ha prestata la mia amica; dice che sta meglio a me. Non è vero, lei si fa sempre troppi problemi e si vede peggio di ciò che è.
Però questa gonna mi piace proprio! Mi muovo un pò per vedere le balze ondeggiare, mi sento bella, mi sento bene.

E pensare che non è stato sempre così…
A scuola mi prendevano in giro perchè portavo gli occhiali, perchè ero studiosa ed un pò timida. I ragazzi sanno essere davvero crudeli da adolescenti….
Mi alzavo prestissimo ogni mattina per prendere la corriera che mi avrebbe portato allo Scientifico in città. A volte, la nebbia era così fitta da non vedere nemmeno la fermata e riuscivo a salire in corriera solo perchè mi ricordavo dove fosse.
Avevo sempre un libro durante il tragitto, scolastico e non.
Mi è sempre piaciuto non perdere tempo, sfruttarlo al massimo.
Io, figlia di genitori semplici, che non potevano aiutarmi in ciò che studiavo, sono sempre stata caparbiamente decisa a farcela da sola, con impegno e dedizione. Per me ed anche e soprattutto per i miei, che hanno lavorato sempre tanto per darmi ogni possibilità.

Allora, cercavo di non badare alle battute, ai commenti sarcastici che a volte mi facevano anche piangere.
Ho sempre saputo di avere una bella testa, di possedere quell’intelligenza pronta e vivace che mi poteva portare ad emergere.
Ed infatti mi sono laureata.
110 e lode.
Un bellissimo traguardo e, senza false modestie, meritatissimo.

Stasera c’è la mia festa di laurea. Me l’ha organizzata lei, la mia amica di tanta vita insieme, di tante avventure.
E’ una ragazza tanto insicura, ma dal cuore grande così; io so che su di lei posso sempre contare.
Sempre…

Oltre alla gonna, mi ha prestato anche la maglietta. E’ nera, il mio colore più indossato, con un motivo sul davanti come se fossero stati tagliati tanti frammenti ed attaccati per ricomporre il “mosaico”.

Manco a dirlo, mi piace molto anche questa maglietta e, manco a dirlo, lei pensa che stia meglio a me. Perchè lei vuole sempre il meglio per me. E’ tra le mie migliori amiche, anzi, forse, la migliore ora…

Mi guardo allo specchio. Sto davvero bene.
Il tocco finale sono le scarpe. Quelle sono mie!
Sono indecisa. Decolletè col tacco altissimo, che slanciano la mia figura armoniosa ed asciutta? Oppure, i miei fantastici stivali al ginocchio aperti avanti da tante stringhe? Quellì sì che mi rendono sexy! Ed hanno fatto tante stragi di cuori…
Elegantemente seducente o giocosamente aggressiva??
Ci penserò più tardi…

Ora resto a piedi nudi ed accenno qualche passo di danza pensando alla musica di stasera…
Sono qui e ce l’ho fatta. L’ho visto negli occhi fieri di mio padre e nel sorriso dolce di mia madre.
Dicono che anch’io sorrido così. Con dolcezza. Ed il cuore si apre…

Dicono che è bello vedermi sorridere. Sentirmi ridere. Riscalda l’anima…

Resto a guardare la mia immagine riflessa nello specchio ancora un pò. La “bruttina” della scuola è una bellissima farfalla ora. Pronta a volare.
Sono pronta a volare…
E qualunque cosa accadrà so che sarà bella.

Riapro gli occhi…
Il mio bimbo si è addormentato accoccolato sul mio seno. Che bello sentire il suo respiro sereno, il suo profumo di buono.
Si sente al sicuro tra le mie braccia. Io lo proteggo.

Guardo le foto della mia festa di laurea… E’ passato tanto tempo ormai, ma è tutto così vivido ancora…
Qualunque cosa accaduta è stata bella.

Ho avuto il mio bellissimo bambino nonostante il fibroma, l’ansia e le paure che crescevano con lui.
Ho trovato finalmente l’amore della mia vita e la prossima settimana ci sposiamo.

Sono una farfalla ora.
Sto volando…

Come è possibile che venga affisso un codice che disciplini i doveri del lavoratori, che, se inosservati possono comportate addirittura la sanzione del licenziamento, e non esista un corrispettivo codice che imponga il puntuale rispetto del più importante obbligo del datore di lavoro, cioè la retribuzione degli stipendi senza ritardi????

E come mai non si può fare nulla per reclamare giustamente il sacrosanto diritto a vedere remunerato il proprio lavoro senza avere pesanti ripercussioni sul lavoro stesso (come il licenziamento o la non riconferma)???

I lavoratori del nuovo millennio sono i nuovi schiavi???

Appartengo a questa generazione di 30/40 che sentono, biologicamente e naturalmente il bisogno e l’esigenza di “prendere il volo”, di avere una propria vita indipendente ed autonoma.
Ma, come la triste maggioranza degli appartenenti a questa generazione, posso “proclamare” la mia indipendenza solo da un punto di vista squisitamente umano.
Come adulta posso pensare come un individuo singolo, autonomo, staccato dall’alveo di mamma e papà.

Basta. Non posso fare altro.

Non posso davvero essere un adulto indipendente perchè mi manca l’autonomia economica.

Come i miei coetanei lavoro, certo.
In modo “regolare” (con i contributi) da un pò di anni ormai…

Come i miei coetanei (pochi), ho anche qualcosa da parte, ma questo è un dato meno certo…

Però, quel risparmio che si è creato con fatica da uno stipendio modesto, non è sufficiente a garantire di respirare, di vivere senza l’ansia e l’angoscia del futuro…
Perchè se quel modesto stipendio non viene retribuito affatto o viene retribuito con tanto ritardo da essere indietro di uno o più mesi, il risparmio finisce.
Se lo stipendio non c’è si usa il risparmio.
E se il risparmio si usa, finisce.
Finisce per poter vivere…

Come i miei coetanei (pochissimi), in caso di necessità estrema, posso contare sull’aiuto e sul sostegno economico dei miei genitori.

Appunto.

Non posso staccarmi da questo “alveo monetario” di mamma e papà.
E non certo per mia volontà…

E come me, tanti miei coetanei.

Il bello è che osano pure definirci tutti “mammoni”!!!!

Ma come fa uno a costruirsi una vita se gli viene negata la possibilità economica di farlo???
E non una possibilità esagerata, eh, dignitosa almeno…

Il lavoro che è un diritto costituzionalmente sancito è diventato fonte della più bieca e subdola schiavitù.

Si è costretti ad accettare tutto, a farsi cortesemente calpestare senza obiettare, senza reagire, solo per poter sopravvivere!!!!

E chi lavora senza essere pagato, si sta abituando a sentirsi fortunato rispetto a chi il lavoro non ce l’ha proprio, o perchè in cassa integrazione (non pagata) o perchè messo a casa per chiusura dell’azienda dovuta alla crisi (quindi non pagato nemmeno lui…).

Ma sta crisi non era finita???
Non stavamo “uscendo dal tunnel”????

Possibile che nell’era che vogliamo definire moderna, l’unico sentimento comune sia la rassegnazione???
Possibile che si è costretti a non far niente per i propri diritti???

Possibile che i diritti non esistano più e restino solo un ricordo sulla carta???
Possibile che questo ricordo si faccia sempre più vago????

Io non posso denunciare la situazione in cui mi trovo… Non posso fare nomi, nè esser troppo precisa nei dettagli della vicenda….

Posso solo scrivere della mia indignazione, della mia frustazione, del mio senso di impotenza.
E posso solo appellarmi alla mia Fede…..
E sperare….

Giovedì 29 Aprile ho firmato il contratto d’affitto per la nostra casa.

Ho una casa. Una casa tutta mia. Anche se non ne sono proprietaria.

Dopo la mia ultima storia di quasi 9 anni (anche se a me non piace definirla “storia”..) sono rimasta sola 4 anni e mai avrei pensato di trovare finalmente l’uomo per me, soprattutto a 32 anni….
Invece ho ricevuto il dono bellissimo di un uomo dolce e intelligente che mi ama profondamente e che mi fa sentire amata, importante, fondamentale…
E con quest’uomo ho deciso di vivere tutta la mia vita futura.

Ci sposiamo a Settembre, il mio mese, un mese molto importante per me…

Non è stato facile trovare il nostro appartamento; abbiamo visto case orrende ed improponibili (oscene direi!!!!) e case belle, molto, ma sempre con qualcosa che non andava….

Poi, eccola lì, la nostra casa.
Con un piccolo pezzo di giardino silenzioso e nascosto al mondo e tutte le stanze che ci servono per cominciare il nostro cammino insieme.

Finalmente i soldi che con gioiosa fatica abbiamo messo da parte nel nostro conto insieme, possono essere spesi per noi! Per la nostra casa!

Con emozione ed un pizzico di paura ho firmato il contratto; non avevo mai fatto niente del genere e mi sentivo come se per la prima volta fossi adulta davvero, indipendente…

Lascerò la casa che ho abitato con i miei genitori per tutta la vita finora (trasloco compreso…) ed avrò un mio posto da personalizzare, da vivere, da rendere mio, tutto mio. NOSTRO.

E’ stato un grande passo quello che abbiamo compiuto giovedì, non scevro di paure e dubbi certo…
Però è stato l’inizio di quella costruzione di vita che io e la mia metà (mai parola fu più vera…) vogliamo mettere in piedi nonostante tutto, affrontando tutto. Insieme.
E quindi, secondo me, ci stava bene festeggiare quel piccolo inizio…
Avrei voluto cenare fuori, anche solo una pizza, un gelato, ma fermare quel momento, imprimerlo nella mente e nei ricordi come un bel giorno, un bel giorno importante, il primo fra tanti…

Invece niente…
Quel giorno è stato un giorno a metà… Bello per me, straziante per lui…

Ad Agosto il mio attuale contratto lavorativo scade. Ed è l’ultimo che possono farmi a tempo determinato.
Non sono certa che mi assumeranno a tempo indeterminato.
Il periodo di crisi corrente e circostante non è certo dei migliori, non aiuta.
Potrei restare a casa.

Qualcuno potrebbe dire:” Beh, intanto c’è lui con il suo di lavoro”

Sì, potrebbe essere così, se non fosse che lui è in arretrato con lo stipendio di ben 4 mesi…. Ed ha tasse piuttosto cospicue da pagare perchè il suo contratto è a partiva i.v.a…..

Ecco lo strazio. Ecco ciò che lacera l’anima.

Come possiamo vivere o pretendere di cominciare a vivere in tutta questa incertezza???
Eppure abbiamo dei soldi da parte proprio per le “emergenze”. Ed anche i soldi che riceveremo per il matrimonio incrementeranno quel gruzzoletto…. E poi io non mi tiro indietro davanti a niente…. Sono disposta a fare qualunque lavoro, senza paura o snobbismo.

Ma tutto questo non basta.
Tutto questo non basta ad un uomo che sente di essere un “mantenuto” perchè finora la “baracca” l’ho portata avanti io….. Sono per la maggior parte miei, i soldi che abbiamo messo da parte e che continuiamo a mettere… E’ mio lo stipendio sicuro ogni mese… Sono io che ho contributi, ferie, malattie, TFR pagati…. Sono io che ai suoi occhi sto facendo più sacrifici di lui….

Sono donna e per per cultura, per genetica, per abitudine sociale, dovrei “farmi mantenere” o contribuire in eguale o minore misura… Non dovrei fare io la parte più grossa, se non addirittura tutta praticamente…

Ma a me non importa niente…
Non m’importa chi o quando o quanto mette da parte..
Per me non c’è differenza tra ciò che è mio e ciò che non lo è…. Non per le cose comuni…. Sono, appunto, comuni….

Non importa chi ora, partecipa di più perchè può farlo….. L’importante è poterlo fare e poter continuare a farlo anche dopo…

Anche io ho paura del dopo…
Dell’incertezza, di non riuscire a tenere fede all’impegno che mi sono assunta giovedì 29 Aprile…

Ma non voglio vivere la mia vita bloccata dalle mie paure e dall’incertezza del futuro….
Voglio provarci…
Sento che non sarà sempre così…. Non può esserlo…. La storia insegna…

Quel giovedì ho faticato tanto ad ascoltare, a comprendere, a lasciar sfogare senza lasciarmi trascinare giù in fondo da tutta quell’ansia, quella sfiducia, quell’angoscia, quella paura…

Non ho voluto perdere il mio entusiasmo.
L’ho dovuto a me stessa ed a lui… Perchè se io cado, se non ci credo, come posso sollevare lui e dargli forza, darci forza?
Come posso lottare?

Essere adulti in questo momento storico non è facile…
Senti l’esigenza della tua vita, la voglia della tua vita, ma ti vengono preclusi o resi molto difficili gli strumenti….
Ma non si può smettere di credere. Di provare.
Non si può smettere di vivere.

Solo senza progetti e voglia di costruire possono davvero renderci schiavi…

Ed invece siamo liberi.

Quest’anno ho promesso a Colui che credo mi abbia voluto su questa Terra e che mi ama assolutamente ed appassionatamente di “abbandonarmi” a Lui.
Ho promesso di avere FEDE.
Ho promesso di fidarmi di Lui, di essere sicura che provvederà a me, che non mi abbandonerà.
Ho promesso di non sentirmi sola, perchè Lui c’è ed è con me sempre. Soprattutto nelle difficoltà.

Questo non vuol dire che mi adagerò nell’attesa “della Manna dal Cielo”…

Continuerò a fare tutto ciò che devo e posso…
Ma non sono sola.

Ho l’amore della mia vita accanto che mi rende forte e capace di affrontare qualunque cosa; ho i miei genitori che non mi abbandonano…

Ho il mio Papà Celeste.
Chiamatemi sciocca o infantile, ma io mi fido di Lui.

Buio. Silenzio. Acqua.

Lei dorme ma io sono sono sveglia. Veglio.

Si è addormentata da poco, spossata e stroncata dalla stanchezza e dal pianto. Non ha mai tolto la sua mano da me. Vorrebbe proteggermi almeno così…. Io so che mi vuole bene, lo sento. So che mi vuole. Conosco il dolore che non può esprimere e che deve ingoiare, stringere forte dentro sè. Anche ieri, mentre faceva la doccia (sentivo lo scrosciare dell’acqua) piangeva. Lacrime ed acqua, tutto insieme in un pianto sommesso, senza singhiozzi, infinito… E mentre piangeva mi accarezzava, lo fa sempre da quando ci sono.

Sono così piccola, poco più grande di un fagiolo forse, eppure lei sa dove sono, dove mi trovo. E mi accarezza, con la sua dolcezza innata, con quella mano graziosa che potrei anche avere anch’io… Come lei… Chissà…

Ha pure cominciato a mangiare più frutta e verdure perchè sa che mi fanno bene (non le mangia praticamente mai…). Anche se per poco, vuol darmi tutto il meglio che può. Siamo solo io e lei, solo noi due. Il mio papà non lo conosco ma sento, ho capito, che non mi vuole. Non credo sia una cattiva persona altrimenti lei non lo amerebbe così tanto da sacrificarsi per lui. Non vuole che io possa essere un peso; non vuole che io non sia amata. Allora mi tiene con sè finchè potrà e mi ama perdutamente. So che lo farà per sempre…

Ricordo ancora le nostre corse in bagno, lassù in alto fino all’ultimo piano. Le facevo venire da rigettare: appena sveglia e subito dopo qualche boccone del pranzo. Il primo segnale certo della mia esistenza. Lei però lo ha saputo subito. Che c’ero. E’ sempre stata puntuale e precisa come un orologio svizzero; le è bastato infatti un piccolo ritardo per capire tutto.

Ne è rimasta sorpresa??? Oh, sì, certo, un pò sconvolta più che sorpresa… Smarrita direi… Ma è passato subito, subitissimo come direbbe lei…. E da subito mi ha amato, mi ha voluto, ha sentito che il suo compito sarebbe stato proteggermi. E così sta facendo. Mi sta proteggendo dal rancore, dal rimpianto del mio papà. Perchè lei sa che lo proverebbe per me e non è solo una sua sensazione. Le ha detto chiaramente : ” Non è il momento, non si fa così”. Ma a lei non è bastato solo questo; ha fatto di tutto per fargli cambiare idea. Ha chiesto aiuto al suo padre spirituale che è anche il suo parroco; ha pensato che lui avrebbe potuto parlare con il mio papà e dargli fiducia, speranza, un’alternativa. Non ci ha mai parlato… Pure quel giorno, quello che, per la prima volta, ha visto il mio cuore battere, lo ha sentito battere, ha chiamato il mio papà. Ero un fagiolino sul monitor; di me si vedeva solo quel qualcosa che pulsava, e come pulsava!!! Ricordo ancora lacrime, ma di gioia emozionata stavolta. Per lei era bellissimo custodirmi con il mio cuore che batteva. Che grande miracolo… Allora, con tutta quella emozione ecco una speranza nuova che si affaccia; ecco la chiamata immediata, nemmeno quasi il tempo di pulirsi da quel gel così freddo. Il mio cuore batte!!! Il mio cuore batte!!! Lei l’ha visto! Lei l’ha sentito! Ed è questo ciò che grida al telefono felice, certa che questo “evento” farà cambiare idea al mio papà; certa che lui non potrà più volere che io non ci sia… Invece: “Ma chi ti ha detto di fare quell’esame?? Perchè lo hai fatto???”…  …  …

Ma perchè non lo dice ai suoi genitori??? Non è per paura, certo… So, perchè lei lo sa, che loro le starebbero vicino, anche dopo il primo momento di smarrimento. Dopotutto lei non è poi così giovane; alla sua stessa età l’ha avuta sua madre. E poi, il fatto che io ci sia non è una brutta cosa; sono pur sempre un dono, frutto di amore perchè i miei genitori si amano e sono due brave persone.

Allora perchè lei non parla??? Perchè non si fa aiutare a convincere mio papà??? Perchè lei non vuole convincerlo; se sono stata fatta da entrambi devo essere anche voluta da entrambi. E lei non vuole convincere nessuno a fare ciò che non vuole e non ritiene giusto. Soprattutto mio papà… Non potrebbe sopportare di sentirmi considerata un peso, qualcosa che hanno deciso altri per lui. Ecco perchè lei non dice niente ai suoi genitori; sa che rapporto hanno con il mio papà, quanto lui li stimi, ci sia affezionato e voglia compiacerli. E lei non vuole che, per compiacerli, il mio papà accetti di fare ciò che non vuole. Lei non vuole costringerlo nè che si senta costretto dalle parole dei suoi “suoceri”.

Non parla. Non dice niente ai miei nonni perchè lei sa che loro parlerebbero con mio papà e lo convincerebbero a tenermi. A tenermi appunto, non a volermi…

E lei vuole che io sia amata; non può pensare di costringere nessuno a farlo. Nemmeno e soprattutto mio papà. Non vuole che io provi il rifiuto proprio quando sarei in grado di capirlo rimanendone segnata.

Allora preferisce lasciarmi andare quando sono così piccola che non posso ancora rendermi conto di niente… Anche se le costa tantissimo… Anche se sa che si fa del male per sempre…

Lei mi ama. Mi ama tantissimo e mi chiede perdono. Sente di aver fallito con me perchè si è arresa davanti a qualcosa che le sembra insormontabile… Forse perchè non è poi così giovane, ma nemmeno così adulta ancora…

Oggi è il suo compleanno. Domani non ci sarò più. Ha scelto lei questo giorno. Per punirsi. Per sempre… Per associare sempre al suo compleanno questo giorno…

Domani si alzerà presto e con mio padre (serve qualcuno che firmi dopo per farla uscire) andrà a fare quel che deve fare. Non quello che vuole fare.

Buio. Silenzio. Niente.

Ciao mamma. Lo so. Ti perdono.

Lo confesso…. Ieri notte durante un “raptus” ho cancellato tutti i miei articoli precedenti….. Anche se mi piacevano e ci avevo speso tempo ed entusiasmo….. Ma ho avuto paura…. E’ una vita che ho paura…..

Ho avuto paura che ciò che avevo scritto non fosse interessante, bello, scritto bene…. Anche se probabilmente nessuno l’avrebbe letto mai…. Aprire un blog non comporta automaticamente avere contatti; non potrebbero esserci mai appunto….

Quindi che cosa mi ha spaventata così tanto da farmi alzare nel cuore della notte per cancellare tutto??? Tutto sommato è una storia che si ripete…. Il mio vero problema sono io con la mia insicurezza cronica….. A volte mi sento così inadeguata, incapace, impreparata e quindi fuggo, scappo, cancello…. Eppure chi mi conosce non mi reputa così incapace ed io stessa so di valere qualcosa…..

Sono stanca di scappare e di avere paura….. Voglio provare e riuscire a vincere questa parte di me che giudica me stessa e ciò che faccio così severamente….

Ho cancellato i miei articoli precedenti ma non questo blog…. Gli ho cambiato la “faccia” ma ho lasciato il nome: “Ero stata magra” è quello che ho scelto per un libro che volevo/vorrei scrivere e di cui ho già qualche “capitolo”…. Un libro che attraverso tante figure di donna diverse, parla di me, delle mie esperienze, parla di cambiamento…. Infatti ero stata magra ma non lo sono più… Ma non si tratta solo di Kg in più, ero stata tante cose che non sono più e tante ancora ne posso essere, diventare….

Ecco, questo mio blog ora è e sarà ciò che doveva essere dal principio: un modo per affrontare e vincere le mie paure, un modo per mettermi in gioco, un modo per scrivere quello che mi piace e dei miei cambiamenti… Un modo per scrivere quel libro….

Ecchisenefrega dei commenti e dei giudizi degli altri…..

Chissenefrega di quel giudice spietato che so essere io!!!!

Bentornata a me e ancora benvenuti a tutti voi!

Ricominciamo!

Se io sono una che ha tante idee, anche mio fratello non è da meno….

Lui è nientemeno che il coautore e coproduttore ( l’altra è Daniela Gigli) di un nuovo gioco educativo per bambini, IL PATENTINO!

Mio fratello (con Il Patentino in mano) e Daniela Gigli alla sua destra

Come si evince dal nome, è un gioco incentrato sul codice della strada che vuol essere insegnato in modo semplice, colorato e divertente ai bimbi in modo da istruirli preventivamente alle regole della strada sperando che diventino dei coscienzionsi automobilisti da adulti. Questo è un gioco che può essere utile anche ai papà ed alle mamme, per “rinverdire” la loro conoscenza del codice stradale e perchè no, per permettere a tutta la famiglia un momento di svago insieme.

Il logo del gioco

Il gioco ha una grafica spettacolare, colorata e fresca, merito del mio talentuoso fratello. Ha regole semplici e facili da capire ed apprendere, risultato del brillante impegno della sua collega; è proprio un ottimo acquisto da fare per regalarlo a nipotini, ai propri figli o a quelli degli amici, oppure per utilizzarlo nelle scuole elementari come valido supporto nell’insegnamento dell’Educazione Civica.

Genitori ed insegnanti, tenetelo d’occhio dunque!!!

Per informazioni maggiori, visitate il sito fatto dal mio esperto fratello: www.ilpatentino.it

So che questo più che un articolo è una pubblicità, ma voi non fareste lo stesso con la vostra famiglia???  : >

E se non ci si aiuta in famiglia, dove lo si fa????   ; P

Buon divertimento!!

Perché essere del Sud vuol dire essere “terrone” ? E perché al nord questo termine ha un’accezione così negativa???

Forse non comincio in un modo tanto facile…
Mi presento: sono Valeria, sono del Sud, (come si intuisce dalla mia domanda iniziale…) e vivo a Ferrara. Sono pugliese, Garganica per la precisione… Abitavo a Manfredonia, una solare cittadina affacciata sul mare, l’ultima cittadina del Gargano, la più grande alla fine del promontorio.
Amo il mare, anzi il mare E’ IL MIO ELEMENTO.

Gargano: faraglioni di Vieste

Sono cresciuta accompagnata dal suono delle onde del mare ed illuminata dal sole…
A 20 anni mi sono trasferita a Ferrara.

Non è stato per niente facile ambientarsi qui, perché ho dovuto spesso scontrarmi col pregiudizio che circonda quelli che provengono da giù, come me…

Come se il parlare con un accento marcato che connota subito la tua origine/provenienza, o l’avere abitudini diverse, o l’essere naturalmente più aperto, possa essere un “valido” motivo per pensare male, per diffidare, per guardare con sospetto o per essere fraintesi…
Per essere definiti TERRONI….

E pensare che questa parola indica l’attaccamento alla Terra che diventa feconda solo se curata con amore e passione…. Quindi è una bella parola…. Anzi, lo era…
Ora denota tutto ciò che di negativo può avere una persona solo perché proviene dal Sud, da una zona “povera” , “arretrata”, diversa…
Ma perché questa paura del diverso??? Che sia del Sud d’Italia o del mondo, che sia qualcuno che la pensi in modo diverso per cultura, religione, preferenze sessuali, lavoro o boh???
Perché???

Io vivo a Ferrara da quasi 15 anni. Sono residente a Ferrara e quindi, a tutti gli effetti, sono cittadina ferrarese.
Eppure ho faticato tanto ad avere degli amici, dei veri amici ferraresi o cmq, del posto….
Le prime persone che ho conosciuto, infatti, sono state gente del Sud; loro mi hanno “introdotto” nell’ambiente ferrarese….

i miei amici di Ferrara!

Poi, tra alti e bassi, sono arrivata all’attuale condizione dove sento Ferrara come casa mia e sono circondata di amici di qua; persone davvero fantastiche e care per me…
Addirittura il mio ragazzo e futuro marito è ferrarese, e non avrei potuto ricevere dono più grande!!!!

Ferrara: il castello

Ferrara, il Castello

Ora, io sto bene qui a Ferrara; è una città bellissima e tranquilla, soprattutto in questo periodo, a primavera, quando gli alberi sono un tripudio di fiori e si possono godere suggestivi tramonti sul Po’ di Volano (il fiume che attraversa la città..)

Ma la mia domanda è: ho tanti amici ferraresi perché davvero sono stata finalmente accettata per quella che sono o perché, strada facendo, ho perso la mia Sudità???
Mi sono ambientata qui perché sono una del Sud che non sembra più una del Sud e quindi sono “salva” dal pregiudizio??
Solo essendo percepiti “nordici” in qualche modo, ci si può ambientare in una città del Nord???

Mah…
Oggi questo è il mio dilemma….. Se qualcuno di voi vuole aiutarmi a scioglierlo, sono qui…

Ehm…… Scusate la presentazione…. Cercherò di fare meglio nei prox giorni…… : )